OgO – report dell’assemblea pubblica a Milano

 

Milano, mercoledì 2 aprile 2008

L’assemblea, affollatissima di donne provenienti anche da altre città, si è aperta con un video del ’76: il colloquio tra una donna di Seveso intenzionata ad usufruire dell’aborto terapeutico e un ginecologo cattolico antiabortista. La legge 194 sarebbe stata approvata due anni più tardi ma, facendo un parallelo tra allora e oggi, si è evidenziato quanto poco-niente sia cambiato su ciò riguarda noi donne, i nostri corpi e gli ostacoli che ci troviamo ad affrontare quando intendiamo praticare il nostro diritto all’autodeterminazione.

Anche dopo l’entrata in vigore della 194 le difficoltà che le donne devono affrontare quando voglio interrompere una gravidanza sono enormi, anche perché questa legge nega l’autodeterminazione della donna, riconosce il diritto all’obiezione di coscienza e introduce i volontari nei consultori. Il problema è tanto più grave quanto più si tende a lasciare alla libera interpretazione di medici, politici ecc., l’attuazione della norma. 

L’assemblea è stata molto ricca e partecipata. Cerchiamo, qui, di darne una sintesi utile a chi in altre città intende far propria la campagna contro l’obiezione di coscienza sull’interruzione di gravidanza.

Presentazione della campagna

È stata illustrata per punti ed obiettivi la campagna Obiettiamo gli obiettori spiegando come ci si sta muovendo e a che punto si è con i vari contatti, le indagini e la mappatura degli ospedali (obiettori, numero chiuso settimanale per le Ivg, mancanza di informazioni nei siti web delle strutture sanitarie, ecc.).

Mentre i dati sugli aborti clandestini rispecchiano le crescenti difficoltà che le donne incontrano, i dati sulle nomine regionali dei direttori generali degli ospedali e delle Asl evidenziano senza dubbio un meccanismo clientelare che è urgente scardinare.

Da un punto di vista legale, se, da una parte, l’obiezione può esistere in quanto contemplata dalla legge 194/78, il medico obiettore non può, però, esimersi dall’aiutare la donna in caso di emergenza. Si è sottolineata l’importanza di ottenere dalle direzioni sanitarie i nomi degli obiettori e, per quanto riguarda eventuali problemi legati ai dati personali, è stato ribadito che non si rischia di invadere la privacy perché l’obiezione di coscienza è un atto pubblico. Inoltre il problema della privacy non si pone perché il dato serve per sapere se il servizio Ivg è garantito, dunque per una questione che riguarda in prima istanza la salute della donna, riconosciuta come prioritaria anche dalla 194. E qui si apre anche l’interrogativo se questi ostacoli non siano riconducibili ad una discriminazione di genere.

Ovviamente, non poteva mancare un accenno al business degli aborti clandestini dietro i quali spesso ci sono medici obiettori e cliniche private cattoliche (come nel caso del ginecologo di Genova). È stato anche sottolineato come il problema degli ostacoli che le donne incontrano rispetto all’Ivg sia oggi vissuto come problema personale, mentre è in realtà un problema collettivo e politico. Si è poi parlato di aborto terapeutico, cercando di svelare le menzogne che circolano sulla rianimazione del feto in contraddizione con tutta la letteratura medica internazionale. Un accenno ha riguardato il nuovo codice deontologico degli infermieri che entrerà in vigore nel 2009 e che al suo interno contempla la possibilità dell’obiezione di coscienza – sull’eutanasia, il cambiamento di sesso, ecc. – riproponendo le stesse ambiguità e contraddizioni della 194.

Sono state brevemente presentate le iniziative pubbliche che verranno messe in campo nei prossimi mesi, tra cui anche una critical mass femminista – Obiettour – che tocchi gli ospedali cittadini ove maggiore è la presenza di medici obiettori. 

Presentando il blog della campagna "OgO", tutti i soggetti interessati – donne, operatori e operatrici della sanità, ecc – sono stati invitati ad usarlo come mezzo per scambiarci opinioni e materiali e raccontare esperienze utili alla campagna. 

 

Il nodo dei consultori 

Guardando gli ultimi dati ministeriali disponibili sui consultori pubblici, si scopre che in Italia tra il ’94 e il 2005 ne sono stati chiusi oltre 600 e che una delle percentuali maggiori di questa chiusura è riferita alla Lombardia. Milano ne è un esempio lampante: aumentano i consultori privati (cattolici) accreditati a scapito della qualità e quantità di quelli pubblici, oltre al fatto che nei consultori pubblici diminuisce il personale, mentre in quelli accreditati aumentano le figure professionali. Ciò fa ipotizzare un nesso tra numero dei consultori e dati sugli obiettori: nelle regioni in cui il numero degli obiettori è inferiore al 50%, il numero dei consultori rimane più o meno stabile. Va capito se questo dato è condizionato da motivazioni del personale nel tenere aperte queste strutture o da politiche regionali che fanno sì che non si incentivino gli obiettori e si tengano aperti i servizi. 

La richiesta di certificazione sull’Ivg nei consultori è lievemente aumentata, nonostante la diminuzione del numero dei consultori ma, al contempo, è in aumento il periodo di tempo che intercorre tra la richiesta da parte della donna per l’Ivg e l’intervento: addirittura è aumentato il numero di donne che attende oltre 28 giorni – e dunque l’epoca gestazionale in cui si riesce a fare l’Ivg – e questo è certamente legato alla presenza di obiettori negli ospedali. In sintesi, se molte donne riescono ad usufruire dell’Ivg entro l’ottava settimana, è comunque aumentato il numero di donne che ci arriva all’undicesima o addirittura alla dodicesima, quindi al limite massimo consentito dalla 194, con gravi danni per la salute anche dal punto di vista psicologico e questo in aperta contraddizione con le garanzie di tutela della salute della donna enunciate nella legge stessa.

Trattandosi di dati ministeriali si rileva che, mentre sull’Ivg i dati sono aggiornati, sul numero degli obiettori in ogni regione i dati ministeriali sono spesso fermi al ’99.

Si rileva la necessità di approfondire l’inchiesta sui consultori: ormai i consultori pubblici hanno perso la funzione per cui erano nati; non forniscono più il servizio di trovare l’ospedale disponibile per l’interruzione di gravidanza e anche al loro interno forte è la presenza di personale obiettore. Occorre che le donne e la popolazione utente riprendano il controllo sui consultori e da questo punto di vista è stata citata anche la necessità di avere chiaro il numero degli obiettori sia nei consultori pubblici che in quelli accreditati. Più interventi hanno concordato sull’importanza di impedire l’obiezione di coscienza nei consultori.

Chi lavora in questo settore ha ribadito il livello di disservizio in cui si trovano i consultori pubblici, e a questo proposito viene portata ad esempio l’esperienza dell’Asl Milano-3 (Monza-Sesto) dove i consultori pubblici e quelli privati sono stati messi in rete, quindi le prestazioni possono essere garantite anche solo in un punto della rete; sono così stati depotenziati, prosciugandone l’attività e le funzioni, i consultori pubblici, che da 30 si son ridotti a 7 principali mentre gli altri sono diventati sedi periferiche, il che significa che per condizioni strutturali e organizzative son sparite le figure e le funzioni e il consultorio è diventata altra cosa da ciò che era originariamente, perdendo il suo scopo sociale, e oggi si hanno strutture che incentivano le donne a rivolgersi al privato perché è più conveniente, i tempi sono più brevi, ecc. A ciò si è aggiunto anche il meccanismo dell’accreditamento. Di fronte a questo sistema è importante anche creare una struttura che permetta la rottura delle complicità nei luoghi di lavoro anche a livello dei singoli operatori, che si sentirebbero protetti da una struttura di coordinamento (e di movimento) ampia. Si potrebbe in questo modo rompere il sistema dell’omertà. In molti ospedali gli operatori non obiettori si trovino isolati in una situazione ‘blindata’, costretti a turni massacranti e molte volte relegati a praticare solo interventi di Ivg. Spesso, quindi, anche un non obiettore si trova nella necessità/convenienza di firmare l’atto di obiezione per non avere problemi all’interno dell’ospedale o con i colleghi. Per questo occorre creare un punto di riferimento stabile – un coordinamento con una rete esterna – per chi lavora all’interno degli ospedali che permetta loro di ufficializzare una rottura della complicità col sistema creatosi nella struttura sanitaria intorno all’obiezione. Viene fatta la proposta di un appello alle strutture sindacali perché permettano una sorta di ‘cordone sanitario’ nei confronti dell’organizzazione, perché quello che sta succedendo nelle strutture sanitarie con i nuovi direttori generali di CL è chiaro: basti vedere il crescente numero di ginecologi/ghe precari/e totalmente soggetti al ricatto da parte dei primari. Un appello potrebbe arrivare addirittura dall’interno delle strutture, con una dichiarazione tipo ‘noi operatori sosteniamo la campagna Obiettiamo gli obiettori, ecc.’.

Un comitato esterno potrebbe nel frattempo lavorare su più piani: chiedendo nomi e numero degli obiettori alle direzioni sanitarie, ma anche quanto e come venga garantito il servizio di Ivg, quante donne vengano rinviate settimanalmente, se questo dato sia monitorato e cosa intendano fare per risolvere il problema. Se la Asl non dovesse rispondere, ci si può rivolgere al difensore civico e, al contempo, costruire mobilitazioni.

 

Le donne migranti, le adolescenti e l’Ivg 

Chi lavora con le donne migranti ha denunciato le grandi ipocrisie, dal punto di vista politico, della tanto sbandierata "difesa della vita" perché in realtà gravi problemi si manifestano in tutto ciò che riguarda complessivamente l’autodeterminazione delle donne e la maternità – voluta o non voluta. Anche chi vorrebbe portare avanti una gravidanza si trova degli ostacoli socio-economici che non glielo permettono: questo vale tanto per le italiane quanto e soprattutto per le migranti.

Mentre le Ivg delle italiane sono diminuite, fra le migranti dal 1996 ad oggi il ricorso all’Ivg è aumentato del 200%. Non tutte le donne migranti accedono in modo elevato all’aborto: i dati sono legati alla storia migratoria di ciascuna: si tratta in particolare di donne che sono qui da sole, con la famiglia e i figli rimasti al paese d’origine, oppure donne che non possono permettersi un figlio perché così perderebbero il lavoro ("badanti"); in maggioranza sono donne dell’Est europeo o del Sud America. Altro problema riscontrato è la scarsa conoscenza dei metodi anticoncezionali o dei luoghi in cui ottenerli qui o ancora la diversità rispetto a quelli utilizzati nel paese di provenienza, quali l’iniezione contraccettiva trimestrale. 

Viene sottolineata la necessità di una campagna efficace sulla prevenzione con informazione e distribuzione gratuita di preservativi e pillola alle fasce a rischio – migranti e adolescenti.

A margine, è stato anche notato come le stesse strutture pubbliche che danno informazioni alle immigrate su permessi di soggiorno, diritti, ecc., poi negli opuscoli informativi che producono non diano nessuna indicazione sull’Ivg (si veda anche il libretto in più lingue prodotto dalla stessa Provincia di Milano). L’ambulatorio medico popolare sta per pubblicare una guida pratica con le informazioni sul diritto alla salute per la popolazione migrante, in cui una parte importante è dedicata alle donne – anche neocomunitarie, sulle quali è stata fatta un’apposita direttiva ministeriale ma bisogna monitorare quanto sia realmente applicata. 

Non è mancato un accenno alla lobby ciellina della Regione Lombardia che, insieme alla regione Sicilia, nella recente conferenza Stato-Regioni ha posto il veto alla proposta di attuazione delle linee guida per la miglior attuazione della 194 stabilite dalla ministra Turco, bloccandola di fatto in tutta Italia (in quanto è necessaria l’unanimità). Viene ricordato che la stessa Regione Lombardia pochi mesi fa ha emesso delle linee guida per cui, ad esempio, per l’aborto terapeutico non basta più la firma di un medico non obiettore ma addirittura viene richiesta la firma di due medici non obiettori e del primario. Tutto ciò è al di fuori della 194 e presenta dei margini di illegalità da verificare.

 

La pillola del giorno dopo

Si sottolinea come il contraccettivo d’emergenza non sia un abortivo e dunque quanto l’opporre obiezione da parte dei medici nel prescriverla e dei farmacisti nel fornirla sia un atto illegale (passibile di denuncia) che lede i diritti delle donne, come sostenuto anche dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici. Per altro è emerso come spesso i farmacisti si rifiutino di fornire la pillola del giorno dopo con pretesti, poiché sono consapevoli delle conseguenze legali in cui incorrono; quindi capita spesso che trovino scuse come il fatto che sulla ricetta non si legga il nome del medico, o che la debbano ordinare e ci vogliano alcuni giorni, ecc. E anche per questi comportamenti ostruzionisti bisognerà trovare apposite risposte.

 

La RU486

A giugno dovrebbe esser dato il via libera all’utilizzo della RU486 e su questo bisognerà fare pressione perché sia accessibile a tutte le donne che intendono usarla. Ciò permetterebbe di abbattere le liste di attesa ed evitare, quindi, l’intervento chirurgico che dà più rischi alla salute.

 

Le osservazioni

Una operatrice sanitaria si è detta perplessa sul fare i nomi degli obiettori, sostenendo che bisognerebbe estendere la questione a tutto ciò che riguarda la cura del nostro corpo e non solo all’aborto: andrebbe riattivata una critica alla "medicina" e dovremmo ricominciare a pretendere e rivendicare un controllo su chi ci cura e un rapporto paritetico con chi si occupa della nostra salute. Per quanto riguarda il problema del numero chiuso negli ospedali, essendo legato anche ai posti letto nei day-hospital e alla riduzione del personale strutturato oltre che agli obiettori, tecnicamente si potrebbe in parte risolvere se tutti i reparti maternità di Milano si mettessero in rete. Rimane comunque la necessità di visitare la donna gravida per stabilire la reale settimana di gravidanza.

Un altro ginecologo osservando come a Milano su 7 primari di maternità 3 non siano obiettori ha commentato come questo sia in contrasto con i dati sulla lottizzazione in relazione alle nomine dei direttori generali. Lo stesso operatore ha poi ricordato che, pur essendo stata introdotta l’obiezione di coscienza anche nella legge 40 sulla fecondazione assistita, molti che si dichiarano obiettori sull’Ivg non lo sono, poi, sulla fecondazione in vitro, per ragioni puramente economiche.

Un altro operatore del settore ha sottolineato come la battaglia per ottenere i nomi sia soprattutto politica, mentre quella – apparentemente meno complicata – sul numero degli obiettori significhi costringere gli ospedali a dichiarare qual è il livello essenziale di assistenza e la modalità con cui viene garantito. Questa battaglia potrebbe essere fatta anche nei confronti dei sindaci, che sono autorità sanitarie locali e quindi devono dare garanzie precise.

Una militante di un gruppo femminista proveniente da un’altra regione ha raccontato che alcune hanno richiesto per email a un ospedale cittadino la lista degli obiettori ma si sono sentite rispondere con una domanda su quali fossero le ragioni di tale richiesta.

Ci si è chieste anche se un’operatrice sanitaria che fa obiezione possa eventualmente interrompere la propria gravidanza rimanendo comunque obiettrice.

 

Le conclusioni

Il prossimo incontro viene stabilito per il mese successivo, con l’obiettivo di creare un comitato cittadino a sostegno della campagna. Nel frattempo ciascuna/o attiverà le proprie conoscenze e competenze per continuare a raccogliere dati e nomi e per coinvolgere altri soggetti interessati: un lavoro che andrà svolto soprattutto all’interno delle strutture sanitarie, ma non solo. 

 

 

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