Procurarsi la pillola del giorno dopo nella profonda Brianza ciellina è un'impresa titanica.
Una giovane donna ci racconta la sua esperienza.

Buongiorno, ragazze! Sono una studentessa ventenne e vivo nella odiosa città di Lecco, un paesotto borghesuccio di 46000 abitanti che ha l'ardire di farsi chiamare città, la cui popolazione è principalmente composta da anziani, burocrati, piccoli industriali: un fortino di CL. 

 

Atea fin da bambina (i miei genitori non mi hanno battezzata) e cresciuta in un ambiente culturalmente ottimo (i miei sono due intellettuali milanesi scappati dallo smog) ho sempre dovuto combattere contro l'imperante ingerenza che la Chiesa ha in questa zona, rifiutandomi tutte le mattine dai 6 ai 14 anni di dire la preghierina quotidiana imposta dagli insegnanti a scuola (pubblica, beninteso!) e accettando la terrificante discriminazione di tutti (devo dire, quasi con gioia, non mi avrebbe fatto piacere mischiarmi a quella gente) fatta di voci di paese (ho sentito dire perfino che sono morta in vari modi: suicida, per overdose, in circostanze misteriose...), insulti per strada, scritte poco gentili sui muri etc. 

Non appena potrò permettermelo mi trasferirò a Milano, che frequento assiduamente per sfuggire alla mediocrità di questo posto, ma purtroppo per il momento non ho la disponibilità economica necessaria per farlo. 

Il mio caso non è eclatante: non ho (per fortuna) mai avuto bisogno di richiedere un aborto, ma mi è capitato di trovarmi in una situazione di emergenza (rottura del preservativo) per cui ho avuto bisogno della pillola del giorno dopo. Neanche a dirlo. Il mio medico curante non me l'ha prescritta, il consultorio, ce n'è uno solo qui, nemmeno (solo lì ho passato 3 ginecologi e si sono rifiutati tutti), nemmeno al pronto soccorso (2 medici visti, nessuno disponibile a farmi la ricetta) e neppure nel reparto di ginecologia e ostetricia (hanno detto che non c'era nessun medico di turno ma mi sembra quantomeno improbabile), per un totale di 6 medici consultati nel giro di 3 ore che si sono rifiutati di prescrivermi un medicinale che non è nemmeno abortivo ma anticoncezionale. 

Alla fine ho dovuto rivolgermi, nella disperazione, all'oncologa che aveva in cura mia madre malata di cancro implorandola quasi in lacrime di farmi quella benedetta ricetta, e così l'ho ottenuta. Per riuscire ad avere il medicinale in sè ho dovuto girare 3 farmacie perchè per una stranissima coincidenza nessuna disponeva del farmaco ("ma signorina, se vuole lo facciamo arrivare, al massimo in 5 giorni glielo diamo" come no, si chiama pillola del giorno dopo ma è un nome scelto solo perchè suonava bene) per poi, una volta trovato, pagarlo di tasca mia (quando dovrebbe essere dato negli ospedali gratuitamente) per la modica cifra di euro 16,20. Questa è stata la mia piccola odissea, quindi non oso immaginare cosa dovrei fare se volessi abortire. La mia domanda è: come possiamo io e le altre ragazze come me fare qualcosa di serio e concreto per ridimensionare il flagello dell'obiezione? Come possiamo garantire a noi stesse e alle nostre future figlie l'autodeterminazione sui nostri corpi e sulle nostre gravidanze? Legalmente, cosa si può fare contro chi ci vorrebbe ridurre a scatole di carne nate solo per produrre figli, non importa se desiderati o no? 

Grazie mille in anticipo, F.